VERSO LE REGIONALI | L’identikit di Lacorazza: «Candidato di centrosinistra lontano dalla politica, magari donna»

POTENZA – Una figura possibilmente esterna al mondo della politica, magari donna, che abbia vissuto e viva intensamente il proprio lavoro e abbia un forte legame con la comunità di cui fa parte.
Piero Lacorazza ha appena festeggiato il 95esimo compleanno dell’amata nonna Angelica quando disegna l’identikit di chi potrebbe essere il futuro candidato alla presidenza della Regione Basilicata per il centrosinistra. A patto, spiega, che la scelta avvenga con un largo dibattito nello stesso centrosinistra, nessuna forza esclusa.
E’ una parte di una lunga chiacchierata sulle questioni politiche più urgenti.

Il consigliere dem spiega il senso delle modifiche proposte in Aula alla legge elettorale: abolizione del listino e doppia preferenza di genere 

A cominciare dalle modifiche che lo stesso consigliere del Pd ha proposto alla legge elettorale regionale, oggetto di scontro in aula e di rinvio del dibattito.
Lacorazza, possiamo spiegare le sue proposte a chi di politica non sa proprio nulla?
«Certamente».
Cos’è un listino?
«Sono elenchi di persone nominate dal candidato presidente senza la possibilità, da parte dell’elettore, di esprimere una preferenza. Ogni candidato presidente porta una “lista corta”, 4 persone (il 20% dei venti consiglieri regionali): chi vince prende il premio di maggioranza. Nomi che non appaiono su una scheda elettorale ma che il vincitore si “trascina” dietro. I cosiddetti “nominati”».
La sua proposta.
«Chiedo l’abolizione del listino, cioè che questo premio di maggioranza sia distribuito sulle liste proporzionali che hanno supportato il vincitore, là dove però ci siano persone con nomi e cognomi mostrati sulle schede elettorali e scelti dagli elettori».
Perché?
«Quando è nato il listino poteva anche avere un senso: si nominano persone non conosciute ma che abbiano un alto profilo. Poi è diventato il refugium peccatorum. Questa roba qui non piace ai cittadini: ora vogliono scegliere i loro rappresentanti».
Seconda proposta: la doppia preferenza di genere.
«E’ per introdurre un ulteriore elemento di cambiamento. Una seconda preferenza facoltativa e non obbligatoria. La società è fatta per metà da donne: come può il consiglio rappresentare la società se non c’è una sola donna? Allora, se si vuole scrivere sulla scheda elettorale una seconda preferenza (ribadisco: se), dev’essere di sesso diverso rispetto alla prima».
E questo basterebbe a rispettare ruolo e dignità della donna?
«No, certo. La donna deve potersi giocare tutte le sue carte, avere un sistema di welfare che l’aiuti sul serio, ottenere i suoi sacrosanti spazi di autonomia. Così oggi non è: la politica è organizzata per i maschi. La doppia preferenza è un salutare shock».
Come si spiega tutta questa resistenza nei confronti delle sue proposte?
«E’ arrivata in questi ultimi mesi: la mia proposta è dell’agosto scorso. E sottolineo anche che la legge elettorale non poteva essere approvata prima dello Statuto regionale. Chi dice il contrario fa solo chiacchiere.
E le resistenze, dunque?
«Derivano, penso, da una scarsa propensione a cambiamento e innovazione. Una classe dirigente se vuole proiettarsi nel domani deve gettare il cuore oltre l’ostacolo. E’ ovvio che con queste modifiche si avrebbe uno scossone importante. Una classe dirigente incerta tende a resistere a un’idea del genere. E’ come quando si cammina».
Nel senso che c’è sempre un momento di squilibrio?
«Sì, ci sono momenti in cui si poggia su un solo piede. Non è voglia di cadere, ma di volare».
Citazione di Jovanotti.
«E’ così: la vertigine non è paura di cadere ma voglia di volare».

«Chi non viene scelto deve tornarsene a casa». Il Pd tra il limite di Polese («È scomparsa l’analisi») e il caso Pittella: «Con Marcello io più leale di certi avvoltoi»

Lei è ottimista? Pensa che le modifiche passeranno in consiglio?
«La legge è all’ordine del giorno del consiglio, bisogna decidere solo quando. Io ho avanzato una proposta: discutetene nella conferenza dei capigruppo. Voglio mantenermi prudente, ma penso che le posizioni che stiano avanzando in questi giorni sembrino più larghe e più possibiliste. Mi pare ci sia una consapevolezza larga della necessità di questi cambiamenti».
Lei da tempo gira la Basilicata per raccogliere umori e parlare con i cittadini. Queste modifiche le ha raccolte come bisogni dei lucani o sono autonome?
«Vorrei far notare innanzitutto che i temi di queste proposte sono già contenuti nello Statuto regionale approvato nel 2016 (e per il quale ho l’orgoglio di esser stato il presidente del consiglio di allora)».
Vediamoli.
«Il primo elemento: l’elezione diretta del presidente della Regione. Porta con sé, per forza di cose, il premio di maggioranza. Poi si decide come va dato. Intanto, è previsto dallo Statuto».
E poi?
«Poi: nello Statuto sosteniamo la parità di genere. Sono principi contenuti nella carta, oggetto di dibattito, di confronto e vaglio con la Commissione pari opportunità, di incontri in giro per la Basilicata. E ho anche colto una sensibilità popolare in giro».
Lacorazza, il cosiddetto “terremoto” giudiziario dell’inchiesta sulle raccomandazioni in sanità ha scosso la Basilicata. I suoi esiti giudiziari non si possono prevedere e quindi commentare. Quelli morali, sì. Non pensa che abbia radicato nella comunità la certezza, o quasi, che in questa regione nulla si muove se non si conosce il potente giusto?
«La presunzione di innocenza è un valore costituzionale e va rispettata. Ma non possiamo non vedere una rabbia da parte dei cittadini che porta a ridurre la fiducia per chi dovrebbe essere garante del merito. La politica non può nascondersi dietro la doppia morale, scaricando la responsabilità sulla comunità. La politica ha il compito, sia sul piano individuale che collettivo, di autoregolamentarsi, di scoprire il senso del limite fra chi comanda e l’esercizio del potere. La nomina di un direttore generale a chi compete? Le ultime nomine Rai assumono caratteristiche precise di nomine politiche. In questo rapporto fra chi nomina e chi è nominato c’è sempre una responsabilità individuale e una politica».
E quindi?
«Quando il profilo della legislazione perde peso e scade, inevitabilmente si alza quello della gestione. Se per fare una riforma sanitaria non fai assumere alla programmazione un ruolo importante, il potere delle aziende aumenta. Bisogna riformare».
Esiste ancora il Pd? I lucani non ne sentono più la voce da molto tempo. Anche sull’inchiesta giudiziaria, a parte qualche stenta nota di solidarietà, è mancata un dibattito pubblico profondo.
«Non accade da mesi. Sono passate le primarie, le elezioni interne: non c’è stata analisi. Ma come: chiamiamo 50.000 persone a votare gli organismi e dopo il terremoto giudiziario non si convoca nemmeno una riunione di condominio?».
Che bisognava fare?
«Questi sono i momenti in cui chiami gli iscritti e fai un ragionamento, una proposta per uscire, per imboccare la strada del cambiamento. E’ un limite della direzione politica del partito»
Ma non c’è un dibattito ufficioso, intimo, fra chi è del Pd, che manifesti l’esigenza di un’analisi collettiva?
«Anche dopo l’elezione di Polese (Mario, segretario regionale del partito, eletto nel dicembre 2017, ndr) questo lavoro non c’è stato. Penso sia stato un limite l’elezione di Polese anche per questo. Un segretario che, pur servendo fedelmente e fino in fondo il presidente della Regione, dovrebbe e potrebbe essere da stimolo, portare a un dibattito. Un limite che ha determinato un’assenza. Ora abbiamo bisogno di riprendere il contatto con la base: ci si dovrà subire i giusti mugugni, le giuste arrabbiature della base, ma è la fase giusta per farlo».
Lei aveva detto “no” alla ricandidatura di Marcello Pittella alla presidenza della Regione prima dell’inchiesta sanità. Come vede queste regionali che si profilano all’orizzonte?
«Potrei risultare più leale e rispettoso di altri avvoltoi che ora vedo cambiare posizione. A Marcello ho detto le cose che ho detto in tempi non sospetti. Mai fatta la guerra contro una persona. C’è una crisi di progettualità fra il centrosinistra che ha guidato la regione e il futuro della stessa. Proporre il Pittella-bis dava a parer mio un segno di mancata progettualità. Ora ci sono le scimmiette e i grilli parlanti (che dicono: è tutta colpa della politica), ma non si parla del tema fondamentale: il declino demografico, punto delicato da qui a dieci anni, per l’esistenza di larga parte dei territori della Basilicata».
Una questione tutta e solo lucana?
«No, è la condizione di tutte le aree interne del nostro Paese. In Basilicata si può tradurre in numeri: entro 10 anni 15.000 studenti e 1.800 docenti in meno. Tre quinti del territorio italiano e poco meno di un quarto della popolazione vivono questa condizione. Qui però lo spopolamento non si sposta verso le città della stessa regione, ma verso le grandi città del Paese o addirittura all’estero. Questo tema non è dentro una rinnovata progettualità del centrosinistra. Così come il tema di come rinnovi il patto con le compagnie petrolifere sullo sfruttamento delle risorse petrolifere, o il patto con i lucani sul turismo dopo Matera 2019».
Come si fa ad affrontare questi temi?
«Ci vogliono politiche di “resistenza”: più autonomia alla Regione, perché non posso applicare gli stessi parametri su scuola, sanità e trasporti pubblici alla grande città e alle aree interne. Diceva don Milani: “Non c’è nulla che sia ingiusto quanto fare parti uguali fra disuguali”. Nel frattempo che discutiamo di questo, dovremo muovere la gamba del lavoro e quella dello sviluppo».
Cosa fare nell’immediato?
«Un patto di fine legislatura su due o tre questioni e poi l’individuazione del candidato presidente».
Come?
«Istruire un percorso per stabilire se ci sia una personalità, magari donna, della società civile, impegnata, vissuta, percepita come molto autonoma dalla politica e dai politici che possa rappresentare un punto di tenuta unitaria di un largo campo del centrosinistra aperta anche a formazioni civiche».
Ha un nome in testa?
«No, non faccio nomi. Sarebbe importante, magari, parlare di un protagonismo anche nell’agricoltura, un legame vero con la terra, l’ambiente».
Lei si candiderà?
«La classe politica deve misurarsi anzitutto con il voto di preferenza. Se il cittadino segna il tuo nome sulla scheda, svolgi la tua missione politica. Altrimenti te ne torni a casa. Sono convinto che bisogna individuare un profilo esterno all’ambiente strettamente politico, che possa essere più vicino ai lucani».
Anche una donna, diceva.
«Ma certo, perché no? E’ una valutazione da fare. Per evitare che fra un mese e mezzo ci si trovi davanti al caos: penso vada istruito questo percorso con un metodo aperto e collegiale che individui il nome con tutte le forze del centrosinistra. Altrimenti, rischi di trovarti senza un profilo e a misurarti con figure interne, e quindi al “tutti contro tutti”. Da evitare assolutamente».



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