Un’altra chiesa di Sant’Andrea nella zona di Casalnuovo

EMILIO OLIVA

Un’altra scoperta porta a quattro le chiese dedicate a Sant’Andrea di cui si conosce l’esistenza nel territorio murgiano. È ubicata alla periferia del Sasso Caveoso, nella zona di Casalnuovo. Se n’erano perse le tracce prima del ‘500. Da allora la chiesa ha subito molte trasformazioni, che l’hanno in parte mutilata per adibirla ad altri usi. La passione per le esplorazioni e per la storia della città e lo studio di tre materani, Teresa Lupo, Enzo Viti e Angelo Fontana, consente di aggiungerla ad un già lungo elenco di chiese rupestri. Il loro numero è imprecisato. Sono più di 150, ma dal primo censimento compiuto dal circolo culturale La Scaletta il conto è in continuo aggiornamento.

«Era difficile risalire alla sua identificazione – spiega Fontana – perché all’epoca o era stata già profanata oppure nelle prime visite pastorali, che iniziano a essere documentate a partire dal Concilio Tridentino, non era stata annotata. Ci furono anche citazioni errate, purtroppo, che davano Sant’Andrea all’interno del Sasso Caveoso»,

La meticolosa ricerca dei tre amici ha avuto inizio più di due anni fa. «Il lavoro è partito nel gennaio 2016 dalla richiesta dei proprietari di allora, la famiglia Contini, di fare un rilievo del sito e compiere una ricerca storica e grafica», precisa Viti. «Abbiamo iniziato lo studio del sito nella sua totalità, perché la chiesa non è un unicum, ma fa parte di un complesso ipogeo connotato da un opificio. Avevamo dedotto che potesse trattarsi della chiesa di San’Andrea, ma ci mancava il supporto di fonti documentaristiche. In questo è stato prezioso l’aiuto che ci è venuto da Angelo», aggiunge Teresa Lupo.

I rilievi compiuti dai due disegnatori hanno il pregio di aver ricostruito la pianta originale di Sant’Andrea. «La ricostruzione grafica di come poteva essere la chiesa – assicura Viti – non è assolutamente di fantasia. Abbiamo lavorato per cinque mesi pieni, io e Teresa, partendo dai rilievi del pavimento e del soffitto. Ma abbiamo prestato attenzione a tutti segni lasciati all’interno, sulle volte, sulle pareti, sul pavimento, e siamo arrivati alla ricostruzione fedele al 90 per cento, ma secondo me anche più del 90 per cento, di come era la chiesa».

Gli affreschi di Sant’Andrea sono diffusi nelle chiese rupestri della Murgia. Quelle dedicate al santo apostolo finora censite erano invece solo tre. «Una – ricorda Fontana – era nel Barisano e una nella Civita. Queste due non sono state trovate, ma sono citate in diversi rogiti notarili, platee e visite pastorali. La terza, come quella da noi individuata, è esterna alla città. Si trova fra Matera e Montescaglioso (in località che viene denominata Murgia Sant’Andrea, ndr) e fu scoperta dai soci del circolo La Scaletta».

A provare che le chiese di Sant’Andrea siano quattro e che l’ultima coincida con quella individuata dai tre appassionati ricercatori materani sono due documenti dell’800 rintracciati da Fontana. «Uno è del Capitolo di San Pietro Caveoso, l’altro è un atto tra la Chiesa e un privato», precisa la guida. «Sappiamo che la Chiesa – continua – spesso aveva beni e terreni. Nel nostro caso anche vigneti. Ed è in un atto notarile della seconda metà dell’800, che io ho trovato, che si parla di un’area di vigne denominata fra’ Andrea, che coincide con contrada Sant’Andrea. Nell’altro documento, della fine dell’800, l’area è chiamata Mulino a Vento, indicata altrove anche con il doppio nome di Sant’Andrea. L’area è leggermente fuori dalla città in cui Matera si identificava un tempo, cioè la zona del Casalnuovo, estrema periferia sud-est del Sasso Caveoso. L’ingresso era a ridosso della gravina. Fra uliveti da una parte e vigneti dall’altra. C’erano vecchie vie di collegamento sulla Murgia, che si congiungevano con la via Felicia, e quindi ai Padri Cappuccini. Avendo la vigna in quella contrada, San Pietro Caveoso molto probabilmente è stata anche la titolare della chiesa. Quando questa venne profanata, il beneficio fu spostato all’interno di San Pietro Caveoso. Ma questo è un aspetto sul quale sto ancora lavorando».

A rendere unica la chiesa di Sant’Andrea, di epoca medievale, è la presenza di due cupole, differenti l’una dall’altra, una quadrilobata e l’altra lenticolare. All’interno si sono salvate due colonne «imponenti», dice Teresa Lupo, scolpite, e «alcune calotte laterali». Da ciò che resta dell’ambiente scavato è facile intuire che la sezione dovesse essere a due navate. «Si parla di Sant’Andrea come una chiesa dove, subito dopo, girando per qualche decina di metri, c’è Santa Barbara e oltre c’è il Cappuccino Vecchio. Questa in effetti fonde le tipologie delle due chiese».

I rimaneggiamenti della struttura originaria sono evidenti. Il pilastro centrale tra le due navate fu eliminato, così come l’altare. Nella parte anteriore dell’aula fu costruito un arco di consolidamento e in quella posteriore si cominciò a scavare trasformando la chiesa in una cava. È un peccato non avervi trovato affreschi. «La chiesa – si sbilancia Teresa Lupo – è tutta pittata a latte di calce. Pensiamo che un buon restauro potrebbe tirar fuori qualcosa. Così come smontando l’arco costruito dopo l’eliminazione del pilastro centrale non è da escludere che emergano tracce di affreschi».



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