«Oltre 200 disabili prigionieri in casa»

di Emilio Oliva

«Oltre 200 disabili prigionieri in casa a Matera». È l’«sos» lanciato da Marzio Muscatiello, 72 anni, che ha scritto una lettera aperta indirizzata al Governo, dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte ai ministri Luigi Di Maio e Matteo Salvini, e autorità locali, il prefetto Antonella Bellomo e il sindaco Raffaello De Ruggieri, per porre la questione della erogazione di fondi per l’eliminazione delle barriere architettoniche. Le stesse che limitano i movimenti e quindi la vita di un alto numero di disabili che hanno diritto a vivere in abitazioni adeguate alle loro necessità e non in prigioni. La legge c’è, ma al solito per vederla attuare occorre affrontare estenuanti confronti con la burocrazia e scontrarsi con i limiti di una graduatoria che può dare risposte solo a pochi. Due anni fa la Regione sostenne di aver inviato i fondi al Comune. Il Comune sostenne di non averli ricevuti. Da allora il ping pong si è bloccato senza una risposta certa.

Non sono valse a nulla le proteste di Muscatiello, ex dipendente comunale e disabile al cento per cento. Una pensione da 750 euro e una vita quotidiana fatta di ostacoli. Vive nel rione Spine Bianche, in largo Leopardi, in un alloggio di 41 metri quadri, dove le porte sono così piccole da non consentirgli di spostarsi con la sua carrozzella, neppure per andare in bagno. Ne ha dovuto creare una di emergenza sfruttando una sedia di ufficio, a rotelle.

Nella lettera aperta Muscatiello ricostruisce la sua lunga odissea. L’ultimo capitolo è la storia di undici anni di attese e di sofferenze, cominciate quando sollecita il Comune ad assegnargli un alloggio, «visto che ero da anni in graduatoria – scrive nella lettera – ma altre persone ricevevano un alloggio e io no». «Ero in casa in affitto e mi costava 500 euro al mese, a fronte di una pensione di 750 euro, che non potevo pagare», precisa Muscatiello. «Il Comune se ne fregava, così fui sfrattato e ospitato negli alloggi di via Cappuccini delle Caritas. Mi fecero una soffiata: in largo Leopardi, nel rione Spine Bianche, c’era un alloggio. Era stato occupato da quattro anni abusivamente da tre ragazzi conosciuti dalle forze dell’ordine mentre il Comune, che conosceva la mia situazione, non vedeva e non ascoltava. Sosteneva sempre che non aveva alloggi. Intervennero le forze dell’ordine e grazie all’assessore ai Servizi sociali del Comune, Simonetta Guarino, mi consegnarono l’alloggio in largo Leopardi, di 41 metri quadri. Una soluzione provvisoria in attesa di una casa idonea per la mia condizione di disabile. L’appartamento era stato distrutto: porta d’ingr esso rotta e vecchia, muri rotti, impianto elettrico rotto, bagni rotti e otturati, finestre rotte. Così feci un prestito e riparai tutto. E il Comune? Niente».

Trovato un tetto, i problemi erano tutt’altro che risolti a causa dell’esistenza di barriere architettoniche dentro e fuori dall’abitazione.

«Nel 2012 un funzionario comunale competente compilò la domanda per chiedere l’abbattimento delle barriere architettoniche. La firmai perché volevo liberarmi da questa condizione di prigioniero in casa e così mi inserii nella graduatoria. Dopo due anni, nel 2014, firmai il contratto dell’alloggio. Alla fine del 2016. grazie all’intervento dell’assessore Marilena Antonicelli ottenni un montascale e dalle Asl una moto disabile elettrica, tutt’ora presente nel mio sgabuzzino, ma mai usata per la presenza di barriere architettoniche esistenti all’esterno del portone di casa. Non so dove parcheggiarla al coperto. Avevo comprato una casetta da giardino per riparare la moto, ma il Comune mi ha negato il permesso di montarla dicendo che se mi avesse autorizzato anche gli altri avrebbero fatto domanda per avere una casetta simile».

Tutti i progetti di una vita più serena e senza ostacoli sfumano davanti ai suoi occhi. «Per 15 anni ho versato 15 anni di contributi Gescal. Per la legge dello stato 14/02/1963 n.60 art. 7 gli alloggi in proprietà agli Istituti autonomi per le case popolari che si rendono liberi devono essere assegnati con precedenza ai lavoratori che hanno versato i contributi Gescal. A chi vanno queste case?».

Tutte le denunce, gli appelli, le proteste sono finora caduti nel vuoto. L’ultima risposta del Comune è stata la diffida a lasciare l’alloggio. «Io chiedo che gli amministratori si attivino a trovare i soldi necessari a risolvere il problema delle barriere. Rivendico un diritto e il Comune cosa fa? Invece di aiutarmi mi combatte. Siamo all’assurdo».



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